Via Roma – 36020 Agugliaro (Vicenza)

La nobile famiglia vicentina dei Pigafetta si insediò ad Agugliaro già dal 1462, anno in cui acquistarono Villa Dal Verme, estendendo così le loro proprietà su un territorio che, dal cuore del paese arrivavano sino a Lovertino di Albettone. Stabiliti nelle immediate vicinanze del centro storico vi innalzarono, nel 1682, due lunghi porticati barocchi (75×15) provvisti di residenza rustica e di un’aia, divelta verso il 1930.

Il progetto originario del committente, Bartolomeo Pigafetta, prevedeva la costruzione di un’ampia e sontuosa villa con due prospetti: uno rivolto a sud, alla campagna, l’altro alle pertinenze. Si trattava di un importante complesso, completato da una cappella gentilizia dedicata a San Bortolo, divenuta ora simbolo del paese. Il progetto della villa non andò a buon fine e Bartolomeo Pigafetta si accontentò del bell’oratorio e delle barchesse, che si fronteggiano con una sequenza di dodici archi di sei metri ciascuno, impreziositi da una cornice e recanti alla sommità dei mascheroni, tradizionalmente identificati con i mesi dell’anno.

Alte lesene tuscaniche addossate ai pilastri fanno da base di appoggio ad una fascia dalle pure linee geometriche e, al di sopra di questa, si reggono pilastrini che scandiscono la breve parete dell’attico. E’ curioso notare come la barchessa di destra si prolunghi di ulteriori tre archi non d’epoca, probabilmente ottocenteschi e di scarso pregio, e di tre nicchie dall’ampia cornice bugnata, presumibilmente l’antica residenza dei Gastaldi.

Sul timpano della facciata nord di entrambe, che da sul fronte stradale, campeggia in altorilievo il blasone della famiglia Pigafetta: arme, cimiero con celata, due figure femminili attorno. All’interno del portico si possono ammirare le originali travature alla Sansovina e, invitati da tre porte bugnate fregiate con le insegne della casata, si può accedere ai locali di servizio: stalle, cantine dalle volte a vela, le stanze di abitazione degli attuali proprietari.

Ed infine si arriva ai granai: profondi quanto gli edifici stessi, godono della luce che filtra attraverso finestrelle bassorettangolari poste in asse con la sommità degli archi sottostanti. Benchè sconosciuta l’identità dell’architetto, si può affermare che la mano che ha curato l’opera ha lavorato con sicurezza e gusto raffinato.

 

 

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